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VALUTAZIONE
APPRENDIMENTO
Rapporto tra apprendimento
e insegnamento
L’apprendimento
si pone al centro della scuola.
Esso
viene influenzato da più fattori, sia interni (motivazione, interessi,
attitudini, capacità personali) che esterni (stimoli della scuola,
della famiglia, degli amici, del contesto, dei mezzi elettronici…), ma
comunque è il frutto della decisione, dell’impegno di ogni soggetto.
Tuttavia se da un lato esso non può essere considerato come una
proiezione, un’immagine speculare dell’insegnamento[i]
per la molteplicità dei fattori che lo influenzano, dall’altro non si
può sottovalutare il ruolo speciale che l’insegnamento (o meglio gli
insegnamenti, che hanno peculiarità differenziate a seconda di ogni
singolo docente) ha rispetto all’apprendimento (o meglio agli
apprendimenti, che variano a seconda dei singoli soggetti).
Un
apprendimento inerte?
L’apprendimento
può essere di livello e di qualità diversi. Nella scuola
tradizionale esso, in genere, era il frutto dei seguenti processi:
trasmissione (da parte del docente e del libro) – ricezione –
riproduzione (da parte dell’alunno). Si era imparato, in sostanza,
se si era capito e si sapeva ripetere quanto detto dall’insegnante
o quanto contenuto nel libro. In questo contesto le conoscenze
rischiavano di rimanere perlopiù allo stato inerte, ossia si
depositavano nella memoria senza essere reimpiegate nella vita
concreta: si registrava un divorzio tra cultura scolastica e vita
reale[ii].
…
o un apprendimento significativo?
Uno stimolo a riflettere
sull’apprendimento è venuto da una serie di riflessioni che hanno
evidenziato varie sfaccettature di tale “scatola nera”. Solo da una
visione di insieme è possibile ricavare un’immagine più
soddisfacente del processo, da cui trarre stimoli per un
insegnamento efficace.
Þ
Studi recenti hanno messo
in rilievo la stretta connessione che vi è tra la dimensione
emotivo – affettiva – relazionale e quella cognitiva, tra il
corpo e la mente; si riscopre quanto già Socrate (e con lui Platone),
ad esempio nel dialogo “Fedro”, aveva sostenuto, ossia che
nell’insegnamento non basta la conoscenza ma ci vuole anche l’eros
(cura, attenzione, volontà di promozione),
da cui si può inferire, più
in generale, che la ricerca della conoscenza richiede passione,
partecipazione emotiva sia dal lato del docente che dell’alunno; si
riscopre anche quanto sosteneva Pascal, differenziandosi da Cartesio che
separava corpo e mente, ossia
che accanto (o meglio, intrecciate) alla ragione vi stanno le “ragioni
del cuore”[iii].
Recentemente si è parlato di intelligenza emotiva[iv]
per indicare le ragioni del cuore. Da questa visione emerge come non si
possa ridurre l’apprendimento alla sfera cognitiva (conoscenze
dichiarative e procedurali), ma esso implichi uno stretto collegamento
con la sfera emotivo-affettiva: ciò significa, da un punto di vista
dell’insegnamento, far ricorso ad un ascolto attivo e e ad una
comprensione empatica nei confronti dell’alunno, aver cura del suo
senso di autostima e di autoefficacia, mirare all’acquisizione stabile
di atteggiamenti/disposizioni ad impegnarsi, ad autocontrollarsi, ad
ascoltare gli altri e a
capirli empaticamente, a persistere, a riflettere, a porsi domande e ad
affrontare problemi…[v].
Alcuni
studiosi hanno messo in rilievo, inoltre, che l’apprendimento
significativo implica che le nuove conoscenze acquisite debbano integrarsi nella
struttura mentale del
soggetto attraverso collegamenti logici fra loro, in modo da costituire mappe
– reti cognitive/concettuali[vi];
diversamente l’apprendimento risulterebbe di tipo meccanico.
Altri
studiosi hanno evidenziato la necessità di una comprensione profonda,
che si può realizzare se si sa riformulare/rielaborare in codici
diversi (verbale, grafico, narrativo…) ciò che si è appreso
lo e lo si sa applicare in situazioni problematiche reali[vii].
Gli
alunni sono cambiati
Con
l’avvento e la diffusione dei mezzi elettronici (radio e televisione
prima, computer e internet dopo) sta cambiando il modo di percepire e di
codificare la realtà:
l’occhio e l’udito vengono sviluppati più degli altri sensi; le
immagini e la parola orale prevalgono sullo scritto; si impara
tantissimo perché lo si è visto o lo si è sentito, non tanto perché
lo si è letto. Con il modo di percepire, si trasforma anche la mente.
Dalla centralità dell’oralità
tipica delle società antiche (si pensi ai miti, ai poemi omerici che
venivano raccontati e ascoltati) si è passati alla progressiva
affermazione della vista (legata all’alfabeto), grazie
all’invenzione della scrittura e successivamente della stampa e alla
diffusione del libro. La scuola, dalla sua nascita a livello nazionale
nella seconda metà del secolo diciannovesimo fino ai tempi nostri, ha
assunto il libro come centro delle proprie attività[viii].
Il
rischio è che, di fronte ai cambiamenti profondi della nostra mente
indotti dai mass media e dai personal media ed al persistere di un modo
d’essere della scuola legato al passato, si crei una spaccatura,
un’incomunicabilità tra insegnamento e apprendimento: da indagini
effettuate risulta che vi è una progressiva insofferenza da parte degli
alunni a stare seduti e a seguire i percorsi proposti dalla scuola di
tutti i gradi[ix].
Vi
è, da un lato, chi propone come soluzione miracolistica di
accogliere in toto i nuovi linguaggi e saperi e di porli al centro
della scuola e, dall’altro, chi li rifiuta considerandoli
minacciosi per l’ordine scolastico esistente. Credo che la
soluzione non vada ricercata in una direzione unilaterale: non
è possibile trascurare la cultura del libro (e con essa un pensiero
sequenziale, basato su analisi, induzioni, deduzioni, gerarchie), ma
neppure si possono sottovalutare i cambiamenti avvenuti. Ciò
implica l’introduzione non solo dei nuovi linguaggi e dei relativi
mezzi elettronici, ma anche di modalità di apprendimento che
valorizzino l’occhio (la dimensione iconica) e la mano (la
dimensione della manualità).
Vi
è inoltre[x] una riscoperta
del pensiero pratico (accanto a quello logico – sistematico e a
quello creativo intuitivo), che la scuola tende a ignorare;
accanto ad un apprendimento di
tipo simbolico-ricostruttivo che la scuola privilegia in modo
pressoché esclusivo, vi
è un altro tipo di apprendimento,
quello percettivo-motorio o esperienziale, che l’uomo fin
dall’antichità ha sempre utilizzato e che era al centro della
scuola-bottega del passato (quella che, ad esempio, Leonardo ha
frequentato), ma che nella scuola dell’età contemporanea è stato
considerato di grado inferiore (da relegare alla scuola materna/
infanzia e all’inizio della elementare e da abbandonare ben presto
a favore di quello simbolico – ricostruttivo[xi]).
Non
penso che, alla luce di queste considerazioni, si tratti di puntare solo
su una sola modalità di apprendimento abbandonando l’altra, quanto
piuttosto di valorizzarle entrambe, di dar loro uguale dignità e
risalto: sarebbe un modo per rendere più stimolanti,
motivanti le attività scolastiche e per mettere in stretta
comunicazione sfera culturale e mondo reale.
È
necessaria una nuova visione della valutazione
In
coerenza con i cambiamenti auspicati sul piano dell’insegnamento e
dell’apprendimento, si rende necessaria anche una nuova visione della
valutazione; alcuni autori hanno introdotto l’aggettivo
“autentica” per qualificare il nuovo indirizzo.
Per
capirne appieno il significato, è opportuno ricordare che, a livello di
valutazione degli apprendimenti, si è passati da una fase (pre anni
’70), in cui essa era legata a parametri soggettivi e si esprimeva in
termini di voto, ad una fase, collocabile dalla metà degli anni ’70
in poi (vedi Legge 517/1977), in cui l’accento è stato posto
prevalentemente sulla rigorosità delle procedure da seguire, si sono
introdotti uno strumento nuovo per l’Italia,
il test oggettivo, e parametri quantitativi per la misurazione[xii].
Nel
corso degli anni ‘80 e ‘ 90 si è verificata una reazione
all’impostazione oggettivistica, in quanto incapace di cogliere
nell’apprendimento aspetti molto importanti ma difficilmente
rilevabili con strumenti quantitativi e ad essa si è contrapposto un
paradigma fenomenologico-soggettivistico[xiii].
Si
è affermata successivamente l’esigenza di conciliare i due paradigmi,
con un approccio integrato in quanto gli aspetti qualitativi
(aspetti relazionali, processi interiori sia di tipo cognitivo che di
tipo emotivo-affettivo, motivazione, impegno…) e quelli quantitativi
(risultati finali, comportamenti esterni…) rappresentano due
facce/dimensioni importanti di una medesima realtà[xiv].
Nel
frattempo, sulla spinta di una ri-problematizzazione delle
caratteristiche dell’insegnamento ritenute indispensabili perché
possa definirsi efficace e di quelle dell’apprendimento affinché
possa risultare significativo, è nata l’esigenza di operare un salto
di qualità anche sul piano della valutazione. In particolare, nel corso
degli anno ‘80, negli USA, nel Canada e in Australia si è reagito al
paradigma oggettivistico dei test con la proposta di una valutazione
autentica avente le seguenti caratteristiche:
Ø
coinvolgimento anche
dell’alunno (prospettiva dell’autovalutazione);
Ø
accertarmento non solo di
ciò che l’alunno sa, ma verifica anche se ne ha una comprensione
profonda e quindi se sa applicare a situazioni nuove ciò che ha
appreso;
Ø
finalità non selettiva,
ma promozionale: si mira a sottolineare i miglioramenti e gli sviluppi;
Ø
attenzione a compiti non
semplicemente “riproduttivi”, ma anche e soprattutto a compiti
complessi che richiedono l’uso integrato di più conoscenze e abilità;
Ø
verifica non solo di
prestazioni, ma attivazione di interventi migliorativi.
In
collegamento con questa visione è nato il portfolio, che la riforma
della scuola italiana (Legge 53/2003) ha introdotto. L’introduzione
tuttavia, almeno al momento, è avvenuta senza l’accompagnamento della
visione che lo ha ispirato, e pertanto, come già si avverte dal
materiale che prontamente gli editori stanno sfornando, esso rischia di
configurarsi come un mezzo che si aggiunge ad altri strumenti e
procedure senza modificare nel profondo il sistema valutativo: una sorta
di rivoluzione gattopardesca, fatta di elementi superficiali, esteriori,
che non mutano la sostanza. Per il prossimo anno scolastico il Gruppo
SALICE intende occuparsi del portfolio, muovendosi, come è sua
abitudine, nell’ottica della ricerca-azione sotto la guida di Mario
Castoldi.
Nel
corso dell'anno scolastico 2002-2003, il Gruppo SALICE ha preparato
delle prove da somministrare in alcune classi filtro; i dati raccolti
sono stati elaborati e rappresentati in grafici. Per visionare le parti
che ti interessano, clicca sulla voce corrispondente:

[i] Vedi E. Damiano, L’azione
didattica, A. Armando, Roma 1993, pp. 199-202.
[ii] M. Comoglio,
Insegnare e apprendere con il Portfolio, Fabbri Editori, Milano 2003, pp. 7-13.
[iii] B. Pascal, Pensieri,
Città Nuova, 2003, pp. 61, 112-113; R. Damasio, L’errore
di Cartesio, Ed. Adelphi, Milano 1995, pp. 333-341.
[iv] D. Goleman, L’intelligenza
emotiva, Rizzoli, Milano 199
[v] M. Comoglio,op.cit., pp.
24-37.
[vi] D. P. Ausubel, Educazione
e processi cognitivi, F. Angeli Ed., 1983, pp. 73-79, 176-184;
J.D. Novak, D.B. Gowin, Imparando
a imparare, SEI, 1989, pp. 19-29.
[vii] B. F. Jones, C. M.
Rasmussen e M. C. Moffit, Didattica
per problemi reali, Erickson,
Trento 1999.
[viii] R. Simone, La terza
fase, Laterza, Bari 2000, pp. VII-XVI.
[ix] N. Bottani, A. Cenerini, Una
pagella per la scuola, Erickson, Trento 2003, pp. 67-95.
[x]
R. Stenberg, Le tre intelligenze, Erickson, Trento 199
[xi] F. Antinucci, La scuola
si è rotta, Laterza, Bari 2001, pp. 9-30.
[xii] B. Vertecchi, Valutazione
formativa, Loescher, Torino 1976.
[xiii] P. Bertolini (a cura
di), La valutazione possibile, La Nuova Italia, Firenze 1999.
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