Pianoforte
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Il Pianoforte


La concorrenza tra clavicembalo e clavicordo sembrava decidersi a favore del primo quando, spinto dal desiderio di aumentare il clavicordo d'intensità sonora senza perdere la possibilità del controllo diretto di intensità e tocco, Bartolomeo Cristofori (1655-1751) inventò lo strumento rivoluzionario, contenente praticamente già l'essenza del pianoforte moderno, il gravicembalo col piano e forte, anche denominato "arpicembalo".
Anzitutto Cristofori sostituì la tangente con un martelletto rivestito di cuoio, il quale, lanciato contro la corda, poteva comunicarle una dose maggiore di energia. Ma la parte essenziale e decisiva della sua invenzione m il sistema di levette ideato per ottenere che il martelletto, appena urtata la corda, se ne allontanasse al fine di non impedirne le vibrazioni. Il martello non è dunque direttamente fissato al tasto, ma su un altro supporto e libero nel suo movimento. Tra il tasto e il martello si trova uno "spingitore" cioè una linguetta che si scosta quando il martello tocca la corda. Privato di sostegno, il martello quindi ricade, scappa dalla corda, donde il nome di "scappamento" dato a questo dispositivo. Una molla fa ritornare in posizione di riposo lo spingitore quando si lascia libero il tasto. Le corde scorrono, come nel clavicembalo, perpendicolarmente alla tastiera. Non è il caso di insistere ora sui particolari meccanici dell'invenzione di Cristoforim, che risale al 1709 con miglioramenti negli anni susseguenti, perché i principi sono gli stessi che incontreremo nell'odierna meccanica del pianoforte. Triste a dirsi: il vero creatore dello strumento tanto fortunato morì nella generale indifferenza, quasi dimenticato. L'organro Gotfried Silbermann(1683-1753) invece costruì, basandosi sulla descrizione avuta dell'invenzione di Cristofoti, parecchi strumenti e, tenuto conto delle critiche mosse dal grande Bach, li perfezionò fino ad ottenerne il consenso. Nel 1747 Federico il Grande possedeva parecchi Fortepiani di Silbermann. D'altra parte nella pur ricca collezione di strumenti lasciata da Bach alla sua morte (1750) non c'era nessun Fortepiano. Silbermann non rimase semplice artigiano, ma fondò un'industria fiorente. Uno dei suoi collaboratori, Johan Andreas Stein (1728-1792) si meritò le lodi di Mozart (1777) per i suoi strumenti. Sua figlia Nanette ereditò l'officina e sposato Johann Andreas Streicher (1761-1833), trasferì la fabbrica a Vienna ove diffuse la meccanica ideata dal padre e diventata così "meccanica viennese". Un altro collaboratore di Silbermann, Johann Christian Zumpa (1735-1800) emigrò (guerra dei 7 anni!) in Inghilterra ove trovò impiego nella fabbrica di pianoforti, fondata dallo svizzero Burkhardt Tschudi (1702-1773). Poi Zumpa resosi indipendente, migliorò la meccanica diventata "inglese" la quale fu poi ampiamente diffusa dalla ditta di Tschudi passata al genero John Broadwood (1732-1812).
Meccanica Viennese
La meccanica viennese che differisce parecchio da quella di Cristofori ha qualche vantaggio, tantoè vero che veniva costruita fino a tempi recenti (in opzione) dalla ditta viennese Bosendorfer. In questo tipo di meccanica il martello è fissato al tasto stesso ed è rivolto sul davanti, verso la tastiera. Quando il tasto si abbassa, il martello viene spinto dal suo supporto contro la corda rotando contro un appoggio posteriore Quando tocca la corda, la spinta continua e il punto di contatto del martello con la corda assume funzione di perno. Viene allora respinto (contrappesando l'azione di una molla) l'appoggio posteriore, il martello cade. Questa meccanica presenta il grande vantaggio della massima semplicità (quella inglese è assai più complicata) e quindi da all'esecutore il sentimento di maggiore contatto con le corde. Ed infatti, contrariamente alla meccanica inglese, quando il martello urta la corda si trova ancora in comunicazione diretta con il tasto, senza l'interposizione di alcuna leva. Lo svantaggio, è quello di una ripetizione più difficoltosa: per ribattere subito una stessa nota, occorre lasciar alzare completamente il tasto affinché il martello venga nuovamente a scorrere posteriormente sotto l'appoggio che lo fa rotare.
Meccanica inglese
Se vediamo una delle forme più recenti della macchina inglese, notiamo la presenza ai oltre 20 componenti. Accontentiamoci di descrivere la funzione della sua levetta principalea forma di L la cui funzione è quella di spingere il martello. Anzitutto va detto che il martello è interamente libero nella sua rotazione e, nella posizione di riposo, sta appoggiato su un feltro. Se si abbassa il tasto con una certa energia, lo spingitore lancia il martello in alto contro la corda. Però, prima che il contatto avvenga, la parte corta della L incontra un piccolo arresto, che fa rotare lo spingitore in modo da fargli perdere la presa sul martello. Si può verificare questo comportamento abbassando molto lentamente il tasto: lo spingitore non riesce a portare il martello a contatto della corda perché si scosta prima.Nel pianoforte Steinway regolato bene, si nota, abbassando il tasto, un punto d'arresto (di resistenza maggiore). Se da quel punto si schiaccia il tasto bruscamente, il martello deve appena toccare la corda, molto lievemente, ma abbastanza per farla vibrare un poco.Il martello viene quindi lanciato contro la corda e ha perso qualsiasi contatto con il tasto quando sta generando un suono. Ecco perché tutte le teorie sul modo di suonare una sola nota, psicologiche e fisiologiche, sembrerebbero non avere alcun significato. Da un punto di vista fisico, l'unico parametro variabile è la velocità del martello e in qualsiasi modo si regoli il tocco, l'effetto è sempre lo stesso di un peso fatto cadere sul tasto da un'altezza regolabile. Le cose però si complicano molto quando si passa a un'esecuzione reale. Anzitutto va ricordato che la parte posteriore del tasto alza uno smorzatore per liberare la corda. Lo stesso scende quando si abbandona il tasto. Ecco quindi che già con due sole note possono sussistere notevoli differenze nel modo in cui esse si seguono, nella relazione nel tempo dello smorzamento di un suono e dell'innesco dell'altro, senza contare l'importanza del rapporto d'intensità. Se poi pensiamo alta quantità di note successive e contemporanee richieste da una composizione per pianoforte, comprendiamo come non solo la destrezza manuale, ma anche la consapevolezza di quanto si sta facendo, assuma un ruolo molto importante, addirittura cruciale, nella traduzione in suoni di una precisa volontà interpretativa. Lo strumentista deve essere in grado di controllare perfettamente la distribuzione delle varie velocità (delle quali parla il ragionamento fisico), ognuna anche applicata all'istante giusto. Non è certamente cosa da poco. A questo punto interviene l'invenzione decisiva per l'odierna generale preferenza che si da alla meccanica inglese: l'invenzione dello strasburghese Sebastien Erhard(1752-1831), francesizzato in Erard quando emigrò a Parigi nel 1768. Nel 1777 produsse il primo pianoforte in Francia e nel 1823 brevettò la sua grossa invenzione, ideata nel 1821: il doppio scappamento. Già Cristofori aveva introdotto un paramartello che frenasse il martello alla sua caduta dopo aver toccato la corda. Erard lo utilizzò in modo da non lasciar cadere completamente il martello (quando il tasto rimane premuto) ma di mantenerlo a mezza altezza. D'altra parte lo spingitore (con tutte le mollette e le levette che agiscono su di esso) è congegnato in modo tale, da far nuovamente presa sotto il martello tenuto in posizione rialzata- Non occorre quindi, per rilanciare il martello, che il tasto ritorni completamente in alto. In altri termini: per ripetere rapidamente un suono non bisogna aspettare che il tasto, trattenuto dalla propria inerzia, riprenda la posizione di riposo (come invece è indispensabile nella meccanica viennese o in quella a scappamento semplice). Questo doppio scappamento rende possibile la ripetizione a grande velocità di una stessa nota, una tecnica indispensabile per esempio nelle musiche di Chopin e di List.Indipendentemente dal tipo di meccanica, il prolungamento posteriore del tasto solleva, quando viene abbassato, mediante un'asticina metallica uno smorzatore, il quale si riabbassa quando il tasto ritorna alla posizione di riposo. Lo smorzatore è di legno e appoggia alle corde del tasto una striscia di feltro. Manca nelle corde altissime le cui vibrazioni si smorzano assai presto da sole.
Lo strumento moderno
L'intera meccanica è montata sopra un telaio che si può estrarre dallo strumento come un cassetto. Sono allora a portata di mano le numerose viti e mollette che vanno regolate per la messa a punto del tocco e della sua regolarità lungo tutta la tastiera. Questa operazione, assieme agli interventi sui martelletti, è detta registrazione. Le meccaniche dei singoli tasti sono tutte uguali fra di loro. Differiscono solo i martelletti di cui grandezza e peso decrescono verso l'alto. Di fronte al Clavicordo con le corde trasversali, la disposizione delle corde come nel clavicembalo (cioè perpendicolarmente alla tastiera) ha il vantaggio di non richiedere leve di diversa lunghezza e inerzia. I tasti nel pianoforte a coda sono 88 (= 7 ottave e 1/3).
Come si sa, esistono e sono molto diffusi anche pianoforti verticali di dimensioni meno imponenti, nei quali sono verticali piano armonico e corde. Le corde, più corte, sono maggiormente incrociate e la meccanica è diversa: per supplire la forza di gravità che determina parecchi movimenti nel pianoforte a coda, occorrono molle e leve supplementari. I tasti sono di solito un po' meno numerosi 7 ottave, cioè 85 tasti (in alto la tastiera termina con un La, nel pianoforte a coda continua fino al Do: sono 3 tasti di differenza), questo vale per pianoforti abbastanza datati.
L'aumento di peso rende possibile un maggiore accumulo di energia nella corda, in modo che si passa (sempre scendendo) prima a 2 corde per tasto, poi a una corda sola. In una notissima marca di pianoforti a coda, il numero di corde per tasto è il seguente, procedendo dal basso all'alto:
8 corde semplici, ramate
5 corde doppie, ramate
7 corde triple, ramate
68 corde triple, non ramate
Totale= 88 tasti con corde n: 243
Pedali
Ogni pianoforte è munito di almeno 2 pedali. Quello destro solleva tutti gli smorzatori. Serve così a prolungare il suono a tasti rialzati e quindi, per esempio, a legare note e accordi successivi o a produrre altri effetti, tra i quali quello di lasciar entrare in vibrazione, per risonanza, corde non direttamente suonate. Si intuisce come una pedalizzazione corretta sia molto delicata e vada coordinata con intelligenza e precisione alla tecnica delle dita. Il pedale sinistro muove tutto il telaio della tastiera verso destra, di modo che i martelletti toccano due. invece di tre, o una invece di due corde. Inoltre viene adoperata una parte di feltro di solito meno consumata e anche questo cambia il timbro. Il pedale sinistro è un pedale di colore, non solo di diminzione di intensità. Già Cristofori aveva ideato questo spostamento per i suoi strumenti che presentavano due corde per tasto. Ma poi il sistema è stato dimenticato. Nei pianoforti verticali il pedale sinistro avvicina alle corde la poszione di riposo di tutti i martelli, di modo che rimane ridotta l'energia che possono accumulare nella loro corsa prima di urtare le corde. Contrariamente al piano a coda, ove la meccanica non subisce interventi, il pedale sinistro dei pianoforti verticali altera il tocco. Qualche marca presenta un terzo pedale (in mezzo) con il quale si sollevano solo gli smorzatori dei tasti premuti. Si può così prolungare il suono di note selezionate, lasciando smorzate le altre corde utilizzabili normalmente.
Accordatura
L'arte di accordare un pianoforte è assai difficile e la professione poco gratificante, perciò i buoni accordatori sono diventati rari. Per l'accordatura bisogna tener presente quale è il percorso di una corda. Si divide in 4 sezioni:
A La corda parte dal pirolo e arriva al capotaso B Al capotasto segue la sezione che dovrà vibrare e che termina sul ponticello. (Un legno incollato sulla tavola armonica e nel quale sono infissi, per ogni corda, due chiodini tra i quali la corda viene Fatta passare con una linea spezzata. C Segue la parte tra il ponticello e un secondo piccolo capotasto sul telaio D Infine il percorso termina con il pezzo tra questo capotasto e un chiodo attaccato al telaio, attorno al quale la corda gira per ritornare avanti, con un percorso uguale, fino al pirolo successivo.
Si immagini ora che una corda sia troppo bassa. Per accordarla bisogna tenderla maggiormente. Girando il pirolo si tende prima la sezione A e solo quando la forza è sufficiente per vincere l'attrito sul capotasto segue la sezione B. Quando questa, che più conta, si trova all'altezza del suono giusto, lungo la corda si hanno tre tensioni differenti: decrescenti da A a C. Suonando esse tenderanno a compensarsi in modo incontrollabile e l'accordatura non durerà molto. Per questa ragione l'accordatore suona sempre con forza il tasto della corda sulla quale sta lavorando. Ma non basta. Nell'accordatura ideale, le tre sezioni dovrebbero avere la stessa tensione. Occorre quindi tendere un po' troppo la corda, per portare la tensione voluta alla sezione C, poi bisogna distendere al punto da avere l'altezza del suono esatta (sezione B), ma allora la sezione A si è allentata troppo e Bisogna ritendere la corda senza che quest'ultima operazione arrivi a influenzare B. Non è solo importante eseguire correttamente queste operazioni per far durare più a lungo l'accordatura, ma anche perché (almeno in certe marche) la sezione C ha per lunghezza un sottomultiplo intero della sezione B al fine di produrre un armonico per rendere più brillante il suono. Questo esige una tensione corretta non solo di B, ma anche di C.
Non è praticamente possibile accordare in modo perfettamente uguale le tre (o le due) corde di una sola nota (coro). Però questo non sarebbe neanche desiderato. Infatti una leggerissima scordatura provoca un battimento (lento variare dell'ampiezza, dell'intensità) a vantaggio ai una maggiore vitalità del suono.
Tutto questo viene reso ulteriormente complesso dal fatto che l'accordatura deve essere temperata e quindi non può procedere per quinte esatte, ma per quinte troppo piccole, "sbagliate" in una misura ben determinata.
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