INTERVISTA

 

Arun Gandhi
Nipote del Mahatma Gandhi


 


Arun Gandhi

Nel corso di quest'anno 1998, l'India e il mondo intero ricordano il 50° anniversario della morte del Mahatma Gandhi, ucciso da due fanatici nazionalisti il 30 gennaio 1948. Una presenza per alcuni aspetti scomoda, sospesa tra il mito e l'oblio. Ma sicuramente una eredità ancora ricca di insegnamenti.
Abbiamo voluto fare memoria non solo del suo esempio, del significato dei suoi lunghi digiuni e della sua costante ricerca della verità, cercando di conoscere la strada della nonviolenza da lui percorsa fino alla fine con profonda coerenza ma anche chiedendoci che significato assume oggi il ricordo della sua morte e della sua dottrina. Così il gruppo Emergency della Cooperativa Il Seme, cogliendo la grande occasione del suo passaggio in Italia, ha invitato a Bergamo una persona che ha vissuto con il Mahatma Gandhi alcuni anni della sua vita: Arun Gandhi, suo nipote.

 


Alcuni cenni biografici di Arun Gandhi:

  • 14 aprile 1934: nasce in Sud Africa da Manilal, secondogenito del Mahatma, e Sushila
  • 1940-1941: passa un anno in India con suo nonno
  • 1946-1947: vive con suo nonno prima di tornare in Sud Africa due mesi prima dell'assassinio
  • 1957: torna in India dove comincia a lavorare come giornalista per il Times of India e fonda il Centro per l'Unità sociale. Lo scopo del centro è di alleviare la povertà e sradicare le discriminazioni di casta attraverso l'aiuto agli intoccabili per crearsi un modello di sussistenza economica indipendente. Attraverso la creazione di cooperative, i residenti delle comunità urbane e rurali vennero messi in grado di aprire fattorie e piccole aziende tessili. Il centro si sviluppò in 300 villaggi e migliorò il tenore di vita di oltre 5.000 persone.
  • 1987: arriva negli Stati Uniti per condurre una ricerca sulle analogie dei pregiudizi in Usa, Sud Africa e India e per cercare un metodo nonviolento per migliorare le relazioni umane
  • 1991: fonda il M.K.Gandhi Institute for Nonviolence a Memphis, Tennessee, con i soldi ricavati dalla vendita delle lettere di corrispondenza tra suo nonno e i suoi genitori. L'Istituto si propone di insegnare la filosofia della nonviolenza.

Arun scrive libri sul tema della nonviolenza e biografie del nonno. Dall'elezione di Clinton partecipa al Renaissance Weekend con il presidente americano e altre personalità degli Stati Uniti.


"Mio nonno, il Mahatma e la matita..."
(Incontro con Arun Gandhi, nipote del Mahatma Gandhi)

 

Buona sera,sono molto lieto di essere qui, ringrazio Lucia e ringrazio tutti.

Ho sentito quello che fa Emergency e sono molto contento perché questo è proprio quello che mio nonno avrebbe voluto che si facesse. Io ho vissuto con mio nonno per 18 mesi nell’età dai 12 ai 14 anni. E’ stato un anno meraviglioso in cui ho appreso la filosofia della non violenza. Io ho vissuto per lungo tempo in Sud-Africa dove ho dovuto subire molte umiliazioni per il razzismo a causa del colore della mia pelle. Sono stato picchiato quando avevo 10 anni e anche dieci mesi dopo da dei ragazzi neri sempre per il colore della mia pelle ed io ero pieno di rabbia per l’umiliazione che avevo dovuto subire. Per me era diventata un’ossessione, infatti mi esercitavo ogni giorno per farmi crescere i muscoli in modo da potermi difendere dalla gente ed è a questo punto che i miei genitori mi portarono in India ed ebbi l’opportunità di vivere con mio nonno.

Una delle prime lezioni che mi insegnò è stata quella di come trattare la rabbia: egli vide tutta questa rabbia in me e voleva che la canalizzassi in un’azione positiva. Diceva che la rabbia era una delle due ragioni per cui esisteva così tanta violenza nel mondo oggi; perché noi al posto di canalizzare la rabbia in qualcosa di positivo la facciamo sfociare nella violenza, nel picchiare la gente. Mi disse che la rabbia è come l’elettricità perché ha lo stesso potere dell’elettricità ed è ugualmente utile ma solo se usata in modo positivo e con intelligenza.

Se noi abusiamo dell’elettricità allora questa può distruggere noi e quelli che ci circondano; nello stesso modo dobbiamo imparare a incanalare la rabbia come facciamo con l’elettricità. Egli mi suggerì di scrivere un diario della rabbia e mi disse che ogni volta che sorgeva la rabbia in me non dovevo rivolgerla a qualcuno ma dovevo scriverla nel mio diario. Mi disse anche che dovevo scrivere questo diario con l’intenzione di trovare una soluzione e mi dovevo impegnare a trovare una soluzione. C’erano molte persone che scrivevano un diario della rabbia, ma questo non gli era di nessun aiuto perché riversavano tutta la loro rabbia nel diario e tutte le volte che lo rileggevano la rabbia tornava verso di loro. Quindi è veramente essenziale che l’intenzione per cui scriviamo il diario sia quella di trovare una soluzione.

Una delle ragioni principali per cui mia moglie ed io ci siamo impegnati a lavorare nella non violenza è quella di trovare una soluzione al pregiudizio contro le persone ed è quello che mio nonno intendeva dire col canalizzare la rabbia in un’azione positiva.

Quando avevo 12 anni ero un ragazzino un po’ difficile, confusionario e volevo vedere la lezione che mi voleva insegnare mio nonno e quindi decisi di metterlo alla prova. Questo era il periodo in cui aveva deciso di vendere i suoi autografi a 5 dollari e non darli più gratis a nessuno. In questo periodo egli aveva bisogno dei suoi fans perché stava portando avanti dei progetti per emancipare le donne, gli intoccabili e i bambini e per tutto questo aveva bisogno di fondi. Quindi era il mio compito andare, dopo l’incontro di preghiera, a raccogliere i soldi che servivano a pagare questi suoi autografi. Un giorno pensai che se loro volevano il suo autografo allora perché non io? Allora presi il mio piccolo libro degli autografi, lo misi insieme ad altri quando glieli portai e pensai che non si sarebbe accorto che non c’erano i soldi per quell’autografo. Invece lui era una persona molto particolare e quando vide questo libretto disse: "Perché non ci sono i soldi per questo autografo?" Ed io gli dissi : "Perché è il mio libro" e lui disse : "Anche per te non farò un’eccezione : se tu vuoi un autografo non solo mi devi pagare, ma devi anche guadagnarti i soldi e poi pagarmi, non andare a chiedere i soldi ai tuoi genitori" ed io dissi: "No, no, assolutamente, tu sei mio nonno e quindi mi devi dare l’autografo gratis, anche se per questo ci impiegherò molti giorni". Così egli si mise a ridere e disse: "Va bene vediamo chi vince". E così ogni giorno anche se era in riunioni importanti con governanti britannici e politici indiani, io entravo, gli mettevo il mio libretto sotto il naso e gli dicevo "voglio l’autografo". Ma io stavo diventando troppo insistente e quindi lui mi metteva la mano sulla bocca e continuava a parlare di politica. E così realizzai che riusciva veramente a controllare la sua rabbia perché mi diceva in modo calmo di lasciare la stanza e andarmene. Molti politici che stavano conversando con lui, si esasperavano e gli dicevano: "Perché non gli dai questo benedetto autografo e lo lasci andare?" mio nonno diceva: "Questo è uno scherzo privato tra noi due, voi non metteteci il becco".

In un’altra occasione ebbi una lezione sulla filosofia della non violenza a proposito di una piccola matita. Un giorno tornavo da lezione e avevo un piccolo mozzicone di matita con un notes dove scrivevo. Pensavo di meritare una matita nuova, più lunga, e quindi senza pensarci buttai il mozzicone nei cespugli e poi quando vidi mio nonno gli dissi che avevo bisogno di una nuova matita. Invece di darmene una nuova mio nonno iniziò a farmi delle domande: perché la mia matita era diventata piccola, perché l’avevo buttata via... ecc. Io non riuscivo a capire perché facesse un così grande problema di una piccola matita, fino a quando non mi disse di uscire a cercarla ed io dissi: "Ma è impossibile perché sta diventando buio, e come faccio a cercarla se c’è buio?" ed egli disse: "Ma non preoccuparti, ecco una pila, vai e cerca la matita". Ed io passai quasi due ore a cercare la matita nei cespugli, poi finalmente la trovai e quando la riportai a mio nonno pensai che sarebbe stato d’accordo sul fatto che era troppo piccola. Invece egli mi disse di sedermi, perché mi avrebbe insegnato due importanti lezioni da ricordarmi per tutta la vita.

La prima lezione era che anche per fare una piccola matita usiamo delle risorse naturali e quando la buttiamo via stiamo buttando le risorse del mondo, e questo vuol dire far violenza contro la natura. La seconda lezione era che nella nostra società compriamo tutto in grande quantità per questo motivo consumiamo molte risorse e questo vuol dire che qualcun altro nel mondo vive in povertà, mentre altre persone vivono nella ricchezza e nel benessere, e questo vuol dire violenza contro l’umanità.

Fino a quel momento non avevo capito che la violenza poteva essere fatta in molti modi diversi. Mi fece disegnare un albero genealogico della violenza e mi disse: tu devi capire te stesso e vedere quanta violenza sei capace di fare e l’unico modo per capirlo è disegnare questo albero, proprio come si fa un albero genealogico dove la violenza è il nonno con due figli, uno fisico e l’altro passivo. La violenza fisica è ogni qualvolta usiamo la forza, quindi nelle guerre, negli omicidi, negli stupri, nei pestaggi. La violenza passiva è quella che non usa la forza fisica e quindi troviamo in essa la discriminazione, l’odio, il pregiudizio, la rabbia, il solo prendersi in giro chiamarsi con nomi particolari: quando qualcuno fa qualcosa a qualcun altro ma senza violenza fisica. Tutte queste azioni sono di violenza passiva.

Io avevo una lavagna su cui scrivevo ogni giorno le mie esperienze e dovevo essere molto onesto per scrivere anche le cose che avevo fatto agli altri e proprio così riuscii a capire tutta la violenza che facevo agli altri. Ogni mattina, quando mi svegliavo, guardavo questo grafico e capivo quali aspetti in me dovevo cambiare. Il legame tra violenza fisica e violenza passiva è la rabbia.

Noi pratichiamo la violenza passiva l’uno contro l’altro tutti i giorni, sia consciamente che inconsciamente e questo genera rabbia e la vittima di questa violenza passiva diventa fisicamente violenta e quindi diciamo che la violenza passiva causa il fuoco della violenza fisica. Se noi vogliamo spegnere questo fuoco, dobbiamo quindi eliminare la violenza passiva. Questo carburante sta all’interno di ognuno di noi e se inizieremo a cambiare, anche la violenza fisica diventerà minima.

Il nonno credeva anche che bisognasse vivere per fare imparare agli altri e quindi non ci diceva di fare niente che non fosse preparato a fare lui per primo. A questo proposito, ci fu un incidente che riguardava un bambino della mia età - di circa 6 anni - che viveva insieme a noi. Noi vivevamo nella comunità che aveva creato il nonno, dove molta gente viveva come una sola famiglia. Questo bambino amava molto mangiare i dolci, e quindi iniziarono a venirgli delle bolle sul corpo e il dottore gli consigliò di smettere di mangiare dolci. E quindi da quel giorno, tutti i giorni, i genitori gli dicevano: "non mangiare i dolci, perché il dottore ha detto che non puoi". Ma tutti gli altri della famiglia continuavano a mangiare i dolci, quindi anche il bambino non obbediva ai genitori e quando nessuno lo guardava prendeva i dolci e se li mangiava e quindi non poteva guarire. Un giorno la mamma venne con il bambino dal nonno e gli disse: "puoi dire al bambino di smettere di mangiare i dolci perché così ha detto il dottore, ma lui non ci ascolta" e il nonno disse: "ritorna tra 15 giorni e io gli parlerò". Allora lei se ne andò, ma non riusciva a capire perché doveva tornare tra 15 giorni e non poteva parlare al bambino subito. Quindici giorni dopo ritornò e il nonno parlò con il bambino per un minuto, e quando il bambino tornò a casa rinunciò per sempre ai dolci: non avrebbe più toccato un dolce. La mamma andò dal nonno e gli disse: "ma quale miracolo hai mai fatto?, che cosa gli hai mai detto perché ti ascoltasse?" e il nonno rispose: "non ho fatto nessun miracolo, gli ho semplicemente detto che ho rinunciato ai dolci per 15 giorni e gli ho detto anche che non mangerò più dolci fin quando anche lui potrà mangiarli". Il nonno aveva rinunciato ai dolci 15 giorni prima di chiedere al bambino di farlo, i genitori del bambino invece non ci avevano neanche pensato. Quindi la cosa essenziale quando alleviamo i nostri figli è di fare quello che vogliamo che essi facciano, quindi dare l’esempio.

C’è un altro episodio che voglio raccontare, e accadde quando tornai in Sud-Africa dopo aver vissuto col nonno per 18 mesi. L’istituto in cui vivevamo in Sud Africa era stato fondato dal nonno nel 1903 e si trovava a 18 miglia di distanza dalla città di Dorban ed era in mezzo alle piantagioni di canna da zucchero e i vicini più prossimi abitavano a due miglia da noi. Io e le mie sorelle, ogni volta che si presentava l’opportunità andavamo in città dagli amici oppure a vedere un film. Ebbi questa opportunità una volta, un Sabato, quando mio padre doveva andare in città per partecipare ad una conferenza e non si sentiva di guidare, quindi mi chiese se potevo accompagnarlo in macchina. Io colsi subito l’occasione e mentre stavamo partendo mia mamma mi diede una lista della spesa e poi mio padre mi disse che mi dovevo occupare di tutte queste piccole cose, come cambiare l’olio alla macchina o fare rifornimento di benzina. Poi mi disse anche che dovevo aspettarlo alle 5 del pomeriggio fuori dalla sede della conferenza per prenderlo e andare a casa insieme; e quindi io dissi "va bene" e me ne andai.

Sbrigai le faccende, andai a fare le spese, lascia la macchina in un garage lasciando detto tutte le cose che dovevano essere fatte, poi me ne andai dritto al primo cinema ed ero così preso dal film con John W. che non mi accorsi che passava il tempo e quando il film finì erano già le cinque e mezzo. Corsi al garage a prendere la macchina e andai subito dove mio padre mi stava aspettando: erano quasi le 18. Così quando arrivai la prima domanda che mi fece fu: "ma perché sei in ritardo?" e invece di dirgli la verità io mentii e dissi che la macchina non era pronta e avevo dovuto aspettare. Non avevo pensato che mio padre aveva già contattato il garage e glielo aveva chiesto. Quando mi colse a mentire disse che c’era qualcosa di sbagliato nel modo in cui mi aveva allevato perché non avevo avuto fiducia in lui e per capire cosa aveva fatto di sbagliato si incamminò verso casa a piedi. Io non potei far nulla per fargli cambiare idea, erano già passate le sei del pomeriggio quando egli iniziò a camminare e la maggior parte del percorso era tra le piantagioni di canne da zucchero, senza illuminazione. Non potevo abbandonarlo e andare via, quindi per cinque ore e mezzo lo seguii andando piano con la macchina. Potei assistere al dolore che causò a mio padre questa stupida bugia e a quel punto decisi che non avrei più mentito.

Ripensai a quell’episodio molto spesso e mi domandai quale sarebbe stata la mia reazione se egli mi avesse dato la punizione abituale che si dà ai ragazzi quando fnano qualche cosa di sbagliato, e quindi se mi avesse punito, dato una sberla o chiamato bugiardo, io avrei scosso le spalle e avrei sopportato la mia punizione e avrei rifatto la stessa cosa per molte volte ancora. Ma quel tipo di punizione non violenta fu estremamente efficace, infatti quasi a cinquant’anni di distanza me la ricordo ancora. Questo è il potere della non violenza: un potere che ognuno di noi può esercitare nella sua vita quotidiana e nei rapporti con la gente.

Prima di terminare vorrei condividere con voi un’altra storia. Questo episodio accadde tra un membro del parlamento sudafricano, Sonanda, e me. Accadde nel 1968 quando vivevamo a Bombay. Un amico stava arrivando dal sudafrica su una nave e siccome veniva per la prima volta era molto nervoso, quindi mi chiese di andarlo a prendere sulla nave. La nave arrivò a Bombay alle 10 di sera ed io ero il primo indiano a salire a bordo. Invece di incontrare il mio amico incontrai un uomo bianco, egli mi afferrò la mano e la strinse forte e si presentò come il signor Jacky Berson (?), quando mi disse il suo nome realizzai chi fosse: era un membro del parlamento responsabile dell’ aparthaid sudafricana ed era una persona molto razzista e per me era responsabile di tutti i pregiudizi che avevo sofferto in Sudafrica.

Nello spazio di un attimo, quando egli si era presentato, l’immagine di 24 anni di sofferenza che avevo dovuto subire mi passarono nella mente come un flash, la mia prima reazione fu di dirgli di saltare in mare, io avrei voluto umiliarlo nello stesso modo in cui ero stato umiliato e sapevo che avrei potuto farlo, ma mi fermai subito perché pensai che mio padre, mia madre e mio nonno non mi avrebbero mai perdonato se lo avessi fatto quindi invece di avere una reazione di rabbia ebbi una reazione di amicizia. Mi presentai e gli dissi che una vittima dell’aparthaid perché non potevo tornare in Sudafrica con mia moglie a cui non era permesso entrare; poi gli spiegai che non avevo pregiudizi verso di lui e che avrei cercato di rendere il suo soggiorno in India il migliore possibile. Per quattro giorni io e mi moglie lo accompagnammo da tutte le parti, dalla mattina alla sera, l’unico momento in cui tornava alla nave era per dormire; in questi quattro giorni parlammo del partito come amici, ed io cercai di capire da lui come poteva giustificare l’aparthaid e lui fece del suo meglio per giustificare ciò, ma ogni volta che la discussione si faceva delicata ci fermavamo e parlavamo del tempo. Io fui veramente sorpreso quando il quarto giorno egli con sua moglie abbracciarono Sonanda e me e piangevano con lacrime di vero rimorso, ci chiesero perdono e ci promisero che sarebbero tornati in Sudafrica per combattere contro l’aparthaid. Io so che lui lottò duramente anche all’interno del suo stesso partito e addirittura perse le elezioni ma non si diede mai per vinto.

Se all’inizio avessi reagito con violenza, lui se ne sarebbe tornato in Africa dicendo: "questi dannati indiani si meritano proprio quello che hanno", e sarebbe rimasto razzista invece in quattro giorni di discussioni amichevoli, con rispetto, amore e comprensione l’uno per l’altro, vi fu una profonda trasformazione nella sua vita e nel suo modo di pensare ed è questo il potere della non violenza.

Noi attacchiamo il problema e non la persona.

Spero di avervi dato qualche cosa su cui pensare perché bisogna ricordare che a meno che non ci sforziamo per diminuire la violenza, questa continuerà a crescere. Se vogliamo che il 21esimo secolo sia un secolo di pace, dobbiamo essere noi stessi il cambiamento che vogliamo vedere, deve cominciare da noi.

Grazie. 


Vogliamo chiedere a Sonanda se anche lei ha qualche messaggio da lasciarci - intanto che si riposa il marito
Grazie infinite per essere qua tra voi questa sera, mi sento molto onorata, ma anche molto umile. Non penso di aver raggiunto lo status per cui possa dare messaggi alla gente, io in realtà non ho fatto nulla per cui aspirare ad essere una persona di guida. Posso solo dire come ha detto Arun, e come ha detto suo nonno, che noi possiamo fare molto, anche se siamo piccoli e insignificanti: non c’è nessuno così insignificante che non possa da solo cambiare qualcosa nel mondo.
Un piccolo errore può soffiare via questo mondo ed ora ci troviamo di fronte a questa situazione, ma tuttavia non c’è oscurità dappertutto, solo il vedervi qua, la luce che c’è nel vostro cuore, ci può far sperare per il futuro e quindi i nostri figli saranno in grado di fare molto meglio di quello che abbiamo fatto noi.
Grazie.


R. : io penso certamente che gli esperimenti nucleari siano un triste incidente e se mio nonno oggi fosse vivo, non permetterebbe che l’India sviluppasse l’arma nucleare. Questa è una terribile tragedia, ma gli indiani non sono stati i primi a causarla, l’arma nucleare è stata sviluppata dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica e poi da altri Stati: essi hanno creato un mostro di Frankestein che ora non possono più controllare. Dobbiamo vedere questa situazione in India nella giusta prospettiva, io non sono d’accordo con le esplosioni nucleari ma posso vedere la politica che ci sta dietro: non si tratta di una politica tra l’India e il Pakistan, ma tra l’India, la Cina e il mondo. Io qui voglio considerare la dicotomia. Per 50 anni l’India è stata una democrazia, ha creduto nei diritti umani, in tutti i principi dei paesi occidentali pur avendo dei problemi di povertà, di fame e altri problemi sociali che non ha mai cercato di nascondere; quando però ha chiesto aiuto ai paesi occidentali per superare questi problemi, tutto quello che ha ottenuto è stato una mancanza di rispetto e quindi le briciole del tavolo. Dall’altro lato invece vediamo la Cina, che non ha mai creduto nella democrazia, non ha mai creduto nei diritti umani ed ha gli stessi problemi sociali ed economici dell’India. Ma mentre agli occhi degli occidentali e del mondo l’immagine dell’India è quella di un paese povero che muore di fame, quella della Cina è l’immagine di un paese in progresso che si sta sviluppando molto velocemente. La Cina è stata addirittura rispettata per lo sviluppo delle sue armi nucleari ed è stata introdotto nel Consiglio di Sicurezza con le grandi potenze: è un membro rispettato del club nucleare e quindi siede al consiglio per determinare il futuro del mondo. Quando la Cina ha fatto scoppiare l’arma nucleare, non abbiamo imposto sanzioni, abbiamo solo fatto poche proteste; invece gli USA hanno concesso la clausola della nazione favorita ed hanno anche concesso miliardi di dollari ogni anno per velocizzare l’industrializzazione della Cina in modo che essa potesse superare la propria povertà ed ignoranza.

R: sì, ci sono delle lezioni su Gandhi, ma non sono abbastanza secondo me : danno solo delle informazioni di base .

R: il pregiudizio delle caste in India risalea duemila anni fa e l’unico modo per superarlo è proprio tramite l’educazione . Il nonno voleva che fosse abolito il sistema delle caste e voleva che tutte le persone indù fossero conosciute come "arijan" e non per casta . Ma questa era una rivoluzione troppo grande e il governo non voleva intraprenderla ; quindi dopo l’indipendenza si decise che la discriminazione sulla base della casta era illegale : la responsabilità della discriminazione era delle vittime, le vittime dovevano dimostrarla . Ma la vittima è ignorante, non ha soldi , non ha avvocati , quindi non può dimostrare il caso . Per questo il governo era molto orgoglioso di dire che non c’era discriminazione perché non vi erano delle accuse .
NB : arijan significa "figli di Dio", era il nome che Gandhi aveva assegnato ai paria ossia alle popolazioni di origine pre-ariana che erano considerati al di fuori delle caste e non avevano diritti . Lui li ha chiamati così per riconoscerne la piena dignità e suggeriva che tutte le caste indù diventasero come loro, su un piano di totale uguaglianza . Arijan è anche il nome di una rivista che Gandhi ha pubblicato per molti anni in India .

D: si può considerare la non-violenza un sistema di lotta efficace per la liberazione degli oppressi ? Faccio questa domanda in riferimento ad un libro che sto leggendo in cui Mandela sostiene che dopo vari tentativi di lotta non violenta, si è dovuto arrendere alla violenza.
R : io non sono d’accordo sul fatto che la non-violenza sia una strategia da usare quando conviene, penso che sia uno stile di vita : o lo accetti completamente, o non lo accetti .Se Mandela sostiene di usarla quando è conveniente, in questo modo non funzionerà mai .

D: cosa ne pensa del pensiero sarvodaia di Gandhi e della globalizzazione dei mercati che avviene in India?
R: io ritengo che la globalizzazione sia positiva nel momento in cui il mondo diventa sempre più piccolo e quindi noi possiamo condividere con gli altri sempre più cose e siamo sempre tutti più uguali ; però, d’altra parte, penso che sia negativo quando comporta lo sfruttamento dei più deboli , ed oggi c’è un continuo aumento dello sfruttamento perché i paesi ricchi scoprono che possono produrre in altri paesi a un tasso più favorevole , sfruttando la manodopera a basso costo dei paesi poveri . Questo non è giusto . Mentre secondo la filosofia sarvodaia, il benessere di tutti deve essere uguale : non dobbiamo sfruttare gli altri quando ci è conveniente.

D: dove sono oggo in India i seguaci di Gandhi ? Mi preoccupa non vedere un’opposizione democratica contro questo governo anzi, ho visto gente felice che ballava nelle strade per le bombe atomiche . A questo punto cosa farete, farete più bombe per superare la Cina?
R: gli insegnamenti di Gandhi sono stati abbandonati dal governo indiano nel 1942, prima dell’indipendenza , quando il congresso decise che non avrebbe seguito la filosofia gandhiana ; quindi le centinaia di migliaia di gandhiani, decisero di non impegnarsi nella politica ma di lavorare alle radici per aiutare la gente a superara povertà ed ignoranza . Quindi si possono trovare là, alle radici dell’India, dove aiutano i poveri. In ogni paese i politici sono una diversa razza di persone è così in India come in ogni altra parte del mondo e non credono nel risolvere i problemi ma nel crearne di nuovi .

R: la mancanza di tempo è ovunque, anche da noi, perché tutti rincorrono tempo e denaro ; ma noi dobbiamo decidere quello che è più importante, cioè se passare il tempo ad ammucchiare soldi o se dedicarlo ai nostri bambini e quindi al nostro mestiere di genitori . Per noi allevare i figli è una cosa veramente urgente e importante da fare , quindi dobbiamo trovare il tempo per farlo .

D: ovunque ci sono stati test nucleari, abbiamo assistito a grossi movimenti di protesta ; adesso, in India e in Pakistan , invece vediamo gente che festeggia per la strada . Dobbiamo pensare a persone strumentalizzate dal governo o a persone che hanno solo quest ‘occasione di festa ( anche perché non sono ai mondiali ).
R: quello che hai visto attraverso i media occidentali era un gruppo di persone felice , ma che non rappresenta neanche la minima percentuale della popolazione indiana, quindi non rappresentano i sentimenti dell’intero paese . In tutto il mondo ci sono persone preoccupate per diverse cose, ma che non scendono a manifestare per strada e quando lo fanno, i media non pensano sia importante ritrarli . Quello che i media ti fanno vedere è solo una faccia del problema . Questo assomiglia molto ad una cosa che mi accadde quando fui invitato in Svezia e decisi di portare mia moglie con me ; tutti i miei amici rimasero scioccati : nessuno con una mente sana avrebbe portato la propria moglie in Svezia perché si diceva che là, essendoci il sesso libero, le donne aspettassero tutte il sesso . Ma noi ci siamo andati molte volte ed io non mi sono mai imbattuto in una donna svedese .Questo è il tipo di immagine distorta che si ha dovunque . ( non so perché non sono ai mondiali ).

D: tra le diverse religioni c’è una convivenza pacifica o è solo di facciata ?
R: le religioni in India hanno convissuto in pace per molti secoli ; in preminenza l’India è indù, ma anche musulmana e ci sono poi altre religioni : ci sono cristiani, buddisti , ebrei, giansenisti . Le differenze tra India (indù) e Pakistan(musulmano), create dai britannici quando hanno diviso il territorio per la religione , hanno diffuso odio e rabbia tra le persone, soprattutto nelle città .

D: cosa pensa del digiuno come forma di opposizione e protesta ? Non sembra efficace nel mondo occidentale .
R: il digiuno è una forma di proteste che deve essere usata con un briciolo di comprensione e consapevolezza per la giusta causa ( se digiunassi a favore del nucleare , mi potrebbero lasciare morire ) . Una ragione per cui mio nonno ebbe successo fu la sua grande forza spirituale : era così onesto che nessuno poteva disubbidirgli ; se lui fosse morto per la protesta, anche i suoi nemici sarebbero stati infelici ed ecco perché ogni volta che digiunava, la gente se ne accorgeva . Il digiuno non è un’arma per tutti : bisogna avere una grande forza morale e spirituale per usarlo .


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